
Il cielo si piega su rovi d’attesa
Guidavo cauta e riarsa tra scaglie di asfodeli nelle cupe periferie di un labirinto scarmigliato, la mia fascia ocra e confetto alzava la fronte di marmo, le forcine incastravano la frangia ribelle, ed io scambiavo baci con la risvegliata fame in un meriggio di denso focolare.
“Sempre parole.” Mà: “E tu sempre a fare la fame.” Pà: “Tu sempre a piangere.”
Drogavo i miei appetiti d’illusori assaggi, irrisorie boccate ricalcando forchettate di refolo, il fiato in disordine. Il toupé era un nodo di fronde, nettare raccolto in simmetrie di chiaroscuri e gemelli di diademi, scollando la nuca. La morte del Cigno BIANCO s’avvicina, una spaccata piumeggia sul parquet del Teatro: un materasso di bucanevi.
E’ il mio corpo a piegarsi sui tuoi nervi di tela, sono rami le ossa e una foglia è già morta
Mezz’ora di viali in salita, schiacciata dal vento che letteralmente mi volava via, sul precipizio di una rupe. Mormoro aiuto.Lavo i piatti. Vedo a tratti nero. Letale lo sbaglio, letale la colpa, letale l’errore, letale la ragione d’ottone.
Che importa a noi? Che importa poi? Tanto il tempo passa e passerà
E mi schianto, in ostaggio, le anche ai margini di una staccionata di granita e mine e variopinte clitosfere. Astratta, proiettata su una pergamena al cullar dei pini. Mi sformo nel mio teschio, balzando dal colle in oceani di spille, clavicole marchiate in alte maree di fervore, mi tuffo in mandorle, timbri di ghiaia sul cuoio che è la pelle, quella mulatta fluita in sottil piano piatto d’una ballerina albina, su un trono di vaniglia, lo sfizio e il cacao, elle si accoppiano. Da volgare formosa, a squadrata, come limata, una lametta sulle ossa. Tratteggia il sangue nella scorciatoia.
Tra i ricordi e la schiena si colora di sangue questo cielo di sera e si tuffa nel fango come fossi di crema, io rimanfo nell’ombra disegnato su tela
Una lancetta schiocca: “è ora”, annuncia il Bianconiglio nella sua pancia e pel d’avena. Chi busserà alla mia porta, quando esasperata, al di là del limite e della suprema paura, mi riaddormenterò in vasca, tra vapore di dalie, un bagno di spasmi, e il senno derelitto? Chi rinsanirà la dolce Alice, bassa quanto il Bruco, chi rinvenirà la sua ingenua fantasia, flautata dalle farfalle? Chi la scosserà dai tumulti, e le bombe, e gli sforzi, e la pazzia di giochi con il Gatto e il Cappellaio? Chi la sveglierà dal diafano dormir se dal mostro, Regin di Cuori infranti, posseduta, “la testa perderà”?
E’ il mio corpo che annega in un mare di cera, son cristallo le ossa, muore l’ultima foglia
E’ un drago, non le dona pace. Come il salice, piangente mi distruggo, evanescente, ne esce schiuma.
*
Più di partire non ne vale la pena, io non voglio morire tra i fantasmi di turno, io non voglio sparire tra i fantasmi d’autunno, questa estate già spenta nei tuoi occhi si è spenta
*Again, picture of me.




